L’ultima attesa

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© Sara Bonfiglio

Dovrei pensare a me stanotte, al tempo che mi resta, domani saprò se sarà fatto di anni o di giorni, basterà entrare nella macchina della TAC, stare ferma, trattenere il respiro e aspettare.. e quando la macchina avrà finito comincerà l’ultima attesa. La più dura. Cercherò una risposta in ogni dettaglio e non saprò dove trovarla. Non mi servirà guardare i medici per capire, loro sorrideranno, gentili come sempre, perché il loro dovere è fare coraggio. A tutti. A chi potrà vivere e a chi dovrà morire. Non mi servirà nemmeno guardare mio padre per capire,lui mi aspetterà fuori e piangerà comunque, che sia di gioia o che sia dolore, sarà sempre troppo per non lasciargli gli occhi umidi; forse Marco, forse da lui lo capirò. Se lui sorriderà vorrà dire che ce l’ho fatta altrimenti no. Anche questa volta avrà vinto lui. Dovrei pensare a me stanotte, al tempo che mi resta, e invece non ci riesco. Penso a mio figlio e a mia madre. Mia madre che non c’è più e mio figlio che non ci sarà mai. Quello se l’è portato via il cancro, è stato il prezzo della mia sconfitta quattro anni fa. Vivrai mi hanno detto dopo l’intervento. Vivrai ma non sarai mai madre. Li ho ascoltati, gli ho sorriso ed ho pensato che non era vero, non sarebbe andata così. Io non volevo pagare nessun prezzo al cancro e neanche a Marco. Chi se ne frega del parto, dell’utero e delle ovaie, io sarò madre e tu sarai padre gli ho detto. Me lo sono immaginata tante volte il mio bambino, ho pensato che ci saremmo assomigliati, un neonato che non aveva avuto una madre e una madre che non aveva avuto un neonato. Due persone ferite che non avrebbero avuto bisogno di parlarsi per capirsi. Un incontro perfetto. Ma non eravamo i soli. Mio padre mi ha preso in braccio e si è consolato pensando che avevamo lo stesso nome, io invece non mi sono mai consolata, nessuno vuole regali così grandi. Poi la scoperta che ero malata anche io. Un carcinoma maligno al collo dell’utero, quattro anni fa. Quando me lo hanno detto non mi sono stupita. E’ strano ma lo sapevo già. L’avevo sempre saputo che sarebbe andata così. Mio padre piangeva e io mi sentivo liberata. Liberata perché finalmente era arrivata la rabbia. Avevo smesso di sentirmi in colpa. Avevo pareggiato i conti. Non potevo più avere figli, mi era stato tolto qualcosa. Non più solo dato. Ho pensato a mia madre, adesso eravamo unite, allo stesso livello, nessuna stava in alto. Io avevo avuto quello che a lei era stato tolto, la vita, ma non avrei mai avuto quello che a lei era stato dato, i figli. E potevo fare quello che a mia madre non era stato concesso, essere più forte della malattia, ed io lo avrei fatto per lei. Un mese fa ho cominciato a sentire che c’era qualcosa che non andava. E’ strano ma lo senti prima. A mio marito non ho detto niente e lui ha capito. Altri controlli, altri esami, un altro intervento e questa volta forse perderò tutto, la mia vita e mio figlio. Non si può chiedere a un bambino di diventare orfano due volte. Me lo diranno domani dopo la TAC. Sono passati quattro anni dal mio primo tumore, tre dal giorno in cui insieme a Marco abbiamo chiesto di adottare un bambino. Aspettavo un figlio, è venuto il tumore. Penso a mio padre e vorrei chiedergli scusa, come se fosse colpa mia, so che anche lui non dormirà come me. Mi guardo dentro cerco di capire se sono guarita, ma questa volta non ce la faccio. Non lo so, io sento la malattia, la guarigione no.. forse è un buon segno o forse no.

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"Oh, guardatevi dalla gelosia, mio signore. È un mostro dagli occhi verdi che dileggia il cibo di cui si nutre. Beato vive quel cornuto il quale, conscio della sua sorte, non ama la donna che lo tradisce: ma oh, come conta i minuti della sua dannazione chi ama e sospetta; sospetta e si strugge d'amore!"-Shakespeare,Otello,atto III,scena III Desdemona, dal greco "destino avverso" Venne uccisa da Otello a causa di un impeto di gelosia inesistente.

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